Questo questionario ha più di dieci anni. Lo pubblicammo per la prima volta nel 2012, quando Psicoadvisor era ancora il piccolo inserto di una testata giornalistica campana. All’epoca i lettori compilavano ancora i test come si faceva un tempo: con carta e penna.

Negli anni lo abbiamo riproposto diverse volte perché, nonostante sia semplice, continua a essere uno mezzo interessante per fermarsi un momento e osservare alcune dinamiche affettive che spesso viviamo senza rendercene conto.
Non si tratta di uno strumento clinico né di una diagnosi psicologica. Piuttosto, può essere considerato un piccolo esercizio di autoindagine. Un modo per porsi alcune domande e riflettere sul modo in cui viviamo le relazioni.
Se vuoi provarlo, prendi davvero carta e penna e calcola il tuo punteggio. Non essere precipitoso nelle risposte: rallentare e riflettere sui tuoi comportamenti di oggi e di ieri, ti aiuterà a essere più onesto con te stesso!
Ma… Prima di lanciarti nel questionario di autoindagine sulla dipendenza affettiva, è doveroso fornirti un po’ di contesto. Se ci segui da tempo sai perfettamente di cosa stiamo parlando ma, se ti sei unito a noi solo di recente, è bene formalizzare alcuni punti.
Che cos’è la dipendenza affettiva
La dipendenza affettiva è l’esito disfunzionale di un trauma infantile. È la diretta conseguenza di esperienze drammatiche che alcuni di noi hanno vissuto e non hanno mai avuto l’opportunità di attenzionarle ed elaborarle. Dalla dipendenza affettiva si guarisce? Certo. Come da qualsiasi altro esito traumatico. Non è un fardello da portare a vita. Come si guarisce? La psicoterapia è il trattamento sanitario d’elezione.
Quando parliamo di dipendenza affettiva non ci riferiamo semplicemente al bisogno di amore o al desiderio di stare con qualcuno. Il bisogno di legami è una dimensione naturale dell’essere umano. La dipendenza affettiva riguarda piuttosto un modo di vivere se stessi: ci si sente degni, di valore, solo quando legati e riconosciuti da qualcuno. Proprio per questo motivo emergono dinamiche come:
• paura intensa di essere lasciati
• difficoltà a stare da soli
• tendenza a tollerare relazioni malsane
• bisogno costante di rassicurazione
• perdita progressiva dei propri interessi e bisogni
Negli ultimi anni la comprensione della dipendenza affettiva si è arricchita grazie agli studi sul trauma relazionale e sul funzionamento del cervello. Quando parliamo di trauma infantile non dobbiamo pensare necessariamente a eventi estremi. Un bambino è totalmente indifeso, vulnerabile. È per questo che assenze, mancanze, umiliazioni e rifiuti possono avere un impatto enorme sul suo sistema nervoso che, come ricorderai, è ancora immaturo. In via di sviluppo: immerso in un continuo processo di apprendimento. Attraverso le relazioni costruisce le prime mappe del mondo: cosa significa essere amati, cosa significa essere ignorati, cosa succede quando si ha bisogno di qualcuno.
La dipendenza affettiva è un apprendimento traumatico
Questi apprendimenti non sono solo cognitivi. Sono corporei, emotivi, neurobiologici. Il sistema nervoso registra associazioni profonde tra stati interni e contesto relazionale. Se nelle esperienze precoci il bambino ha incontrato instabilità affettiva, svalutazione, freddezza o amore condizionato, può interiorizzare un messaggio implicito molto potente. Può imparare che da solo non basta. Può imparare che il proprio valore dipende dall’altro, che per non perdere un legame deve adattarsi, trattenere, inseguire, controllare, contenere… Ti sembra un’esagerazione?
Allora ti basta pensare a questo: per un adulto la solitudine è tollerabile. Per un bambino, invece, la solitudine può assumere un significato completamente diverso. Non è semplicemente “assenza dell’altro” ma una minaccia reale alla sopravvivenza. Un bambino, quando è solo, teme di non poter esistere. E questo stesso timore, se protratto e ripetuto durante l’infanzia, viene registrato nella propria memoria come un assioma: “se sono solo, sono in pericolo”. Ed ecco che l’altro diventa l’unica fonte di sicurezza primaria.
Negli anni queste tracce non scompaiono. Rimangono come modelli interni che orientano il modo in cui percepiamo noi stessi e interpretiamo le relazioni.
Le neuroscienze descrivono un cervello come un sistema che costruisce continuamente previsioni sulla base di esperienze passate. Se in quelle memorie (implicite, corporee, non consapevoli) la solitudine è stata associata all’abbandono, al vuoto, all’umiliazione, all’insignificanza o alla perdita del legame, il sistema nervoso tenderà a trattarla come una minaccia.
La solitudine non coincide con lo stare fisicamente soli
Ma è importante comprendere cosa significa davvero solitudine nella storia emotiva di molte persone. La solitudine non coincide semplicemente con il fatto di stare fisicamente da soli. Per un bambino, la solitudine può essere anche qualcosa di molto più sottile e doloroso.
- Può essere lo sguardo che si ritira.
- Può essere la distanza emotiva o il distacco usato come mezzo di disappunto.
- Può essere il genitore che smette di parlare (silenzio punitivo).
Molti bambini fanno esperienza di una forma di isolamento relazionale che non passa necessariamente attraverso l’assenza fisica, ma attraverso il distacco emotivo. A volte il genitore non c’è fisicamente. Altre volte la figura accudente c’è ma non è disponibile emotivamente, è trascurante. Altre volte ancora, invece, è… abusante.
Succede, ad esempio, quando un genitore utilizza il silenzio come forma di punizione. Il cosiddetto “trattamento del silenzio”: mamma o papà smettono di parlare, si chiudono, ignorano il bambino per esprimere disappunto o per farlo sentire colpevole. Succede quando un genitore diventa distaccato perché il figlio ha disatteso determinate aspettative. Gli scenari sono molteplici. E… Per un adulto inconsapevole tutto questo può sembrare banale o persino educativo. Ma per il sistema nervoso di un bambino vulnerabile può essere un’esperienza profondamente destabilizzante, traumatica.
Il bambino non dispone degli strumenti cognitivi per comprendere ciò che sta accadendo. Non pensa: “Mamma è arrabbiata, le passerà”. Quello che percepisce è molto più immediato e viscerale: il legame è in pericolo. E quando la relazione da cui dipende la sua sicurezza diventa improvvisamente distante o silenziosa, il suo organismo può registrare quell’esperienza come una forma di minaccia che rimanda alla paura di non esistere più.
Con il tempo queste esperienze si depositano nelle memorie emotive e corporee. Non restano come ricordi narrativi, ma come sensazioni apprese: modi automatici di reagire. È per questo che, nella vita adulta, anche piccoli segnali di rifiuto o di distanza possono attivare reazioni molto intense. Non perché la situazione presente sia realmente pericolosa, ma perché il sistema nervoso riconosce inconsciamente qualcosa che un tempo ha terrorizzato e fatto tanto male.
Ti ricordo che nel nostro ultimo libro «lascia che la felicità accada», edito da Rizzoli, abbiamo dedicato ampio spazio alla comprensione di questi meccanismi: come il sistema nervoso apprende dalle esperienze passate, come si formano le risposte traumatiche e perché alcune reazioni continuano ad attivarsi anche quando proprio non vorremmo. Accanto alle spiegazioni di questi processi neuropsicologici abbiamo inserito anche diversi esercizi terapeutici e pratiche di autoesplorazione.
Test di autoindagine sulla dipendenza affettiva
Dopo queste premesse doverose, eccoci con il questionario. Attribuisci un punteggio da 0 a 2 per ogni affermazione.
0 = MAI O QUASI MAI – LA SENTO FALSA
1 = TALVOLTA – UN PO’
2 = PER LA MAGGIOR PARTE DEL TEMPO – LA SENTO VERA
Questionario
- Fatico a svolgere attività da solo/a
- Posso innamorarmi in una notte
- Quando mi innamoro mi sento ossessionato/a
- Quando sono in cerca di una storia mi invaghisco di tutti quelli/tutte quelle che mi dimostrano interesse
- Sono estenuante, tendo a stancare i miei/le mie partner
- Mi sento molto ansioso quando non riesco a contattare le persone che amo
- Mi innamoro sempre di persone che non fanno per me
- Oscillo tra un eccesso e una mancanza di amore e fiducia nei confronti dei miei/delle mie partner
- Quando finisce una storia ho l’impressione che anche la mia vita sia terminata
- Quando finisce una relazione vorrei scomparire
- Quando mi innamoro sono pronto/a a tutto
- Posso amare qualcuno che mi ferisce
- Non mi sento abbastanza
- Non so bene chi sono veramente
- In alcune occasioni mi sento superiore e in altre inferiore agli altri
- Mi sento spesso messo da parte
- Non sto mai da solo perché non ne sono capace: sto male
- Provo una grande sensazione di solitudine quando non ho una relazione sentimentale
- Quando finisce una storia ne cerco subito un’altra
- Ho paura di non riuscire a trovare qualcuno di eccezionale da amare
- Faccio fatica a capire cosa desidero davvero
- Non so dire di no al mio partner
- Cerco di essere come il mio/la mia partner mi vuole: farei qualsiasi cosa per lei/lui
- Ho pochissimi interessi al di fuori delle mie relazioni affettive (NB.: pensa agli interessi che coltivi, in cui investi energie)
- Anche se mi fa soffrire, non mi sento di chiudere una relazione
- Quando inizio una storia penso che in fondo tutto è destinato a finire
- Amo dominare e controllare la relazione: solo in questo modo mi sento bene
- Non so discutere con calma: aggredisco i miei/le mie partner se non sono d’accordo con me
- Sono molto sensibile e soffro quando mi si critica
- Reagisco in modo eccessivo a qualsiasi atteggiamento che interpreto come un rifiuto
- Credo che una relazione romantica possa rendermi felice e sistemare tutta la mia vita
- Non ho la forza necessaria per migliorare la mia vita
Risultati
Somma i punteggi.
0
Non emergono segnali di dipendenza affettiva.
1 – 16
Potrebbero esserci leggere tendenze. Vale la pena osservare meglio alcune dinamiche relazionali.
17 – 32
Ci sono alcune credenze limitanti. Potrebbe essere utile riflettere con più attenzione sul tuo modo di percepire te stesso e vivere le relazioni.
33 – 48
Potresti trovarti all’interno di un circolo vizioso. Il supporto di una psicoterapia potrebbe essere essenziale.
49 – 64
Le credenze traumatiche appaino molto forti. In questo caso è importante considerare seriamente la possibilità di chiedere l’aiuto di un esperto.
Ribadiamo che sebbene questo questionario sia ispirato a test validati, non ha alcuna rilevanza diagnostica.
Riflessioni finali
Se alcune di queste affermazioni ti sono sembrate molto vicine alla tua esperienza, è importante ricordare una cosa. Il modo in cui oggi viviamo le relazioni non è qualcosa di immutabile. Le nostre reazioni, soprattutto quando incontrollabili, soverchianti e dolorose, sono spesso il risultato di apprendimenti che si sono formati nel corso della nostra storia. Ma ecco la buona notizia: non esistono apprendimenti indelebili, non esistono memorie inestinguibili. Nuove esperienze relazionali, maggiore consapevolezza, un percorso di lavoro su di sé… Possono gradualmente modificare ciò che abbiamo appreso. Ciò significa che molte condizioni possono trasformarsi. Alcune paure possono perdere intensità. La percezione di valore, di sicurezza, può cambiare forma. E, gli automatismi relazionali possono lasciare spazio a modi più liberi e consapevoli di stare con gli altri. Non serve cancellare la propria storia, per quanto dolorosa possa essere… serve solo insegnare al nostro corpo nuove possibilità di sicurezza e di relazione.
Un questionario come questo non serve a etichettare o a giudicare. Può essere semplicemente un punto di partenza: un modo per osservare con maggiore chiarezza alcune dinamiche interiori e, se lo desideriamo, iniziare a prendercene cura.
